Omaggio a Franca Rame: il 29 settembre svelamento delle targhe a lei dedicate a Varese

Omaggio a Franca Rame: il 29 settembre svelamento delle targhe a lei dedicate a Varese

Comunicato Stampa


A Varese, nel quartiere di Biumo Inferiore, le targhe dedicate a Franca Rame

Il 29 settembre inaugurazione dell’omaggio all’attrice, artista, attivista, compagna di lavoro e di vita del Nobel Dario Fo.

Varese omaggia Franca Rame, che nella città visse dal 1934 circa al 1950, posizionando due targhe in via Frasconi, dove, insieme alla famiglia di origine, abitò l’artista. Le targhe verranno inaugurate il 29 settembre alle ore 16.00.

Nei suoi anni varesini, Franca Rame ebbe modo di frequentare il collegio Sant’Ambrogio e il Liceo classico Cairoli, ma soprattutto di imparare il mestiere del teatro: recitare, improvvisare, allestire scenografie, inventare storie, vincere la paura del palco e buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Lo fece insieme alla sua grande famiglia, la storica compagnia Rame: il padre Domenico, lo zio Tomaso, la madre Emilia, il fratello Enrico e le sorelle Pia e Lina. E anche grazie alla Balorda, la corriera che li portò a esibirsi in tutto il Varesotto e che al suo interno nascondeva quinte, costumi e allegrie. Quella magia del teatro che i pochi testimoni rimasti ancora ricordano con emozione.

Le targhe di via Frasconi sono un doveroso omaggio a una straordinaria artista, per quello che era e per quello che continua a essere. Ma sono anche un omaggio a un modo di fare teatro – quello della famiglia Rame – che influenzò ampiamente l’arte di Dario Fo, come lui stesso ebbe a dire più volte. Senza la creatività e il costante impegno di Franca, Dario Fo non sarebbe stato quell’immenso artista che abbiamo potuto conoscere e apprezzare.

Le targhe di via Frasconi saranno lì a ricordare la gioventù di una meravigliosa vita “all’improvvisa”, come Franca Rame intitolò la sua biografia. E anche un capitolo fondamentale della storia del teatro italiano.

FRANCA RAME A VARESE

Franca Rame nasce a Parabiago, in provincia di Milano, il 18 luglio 1929, per un caso: la sua famiglia recitava lì.
La Famiglia Rame ha tradizioni teatrali antichissime, risalenti al 1600; erano attori, burattinai o marionettisti secondo le occasioni. Con l’avvento del cinema decisero di abbandonare burattini e marionette e di passare al “Teatro di Persona”, arricchito con tutti gli “effetti speciali” del teatro con pupazzi.
Il padre di Franca Rame, Domenico, la madre Emilia, il fratello Enrico, le sorelle Pia e Lina, gli zii e cugini, con aggiunta d’attori e attrici scritturati, costituivano una compagnia familiare “girovaga” che si esibiva in un suo teatro in legno, smontabile, che conteneva oltre 800 posti a sedere.

Nella miglior tradizione della Commedia dell’Arte la Famiglia Rame recitava improvvisando riviste, operette e drammoni, utilizzavano un repertorio di situazioni e dialoghi tragici e comici. I testi degli spettacoli andavano dal teatro biblico a Shakespeare, da Cechov a Pirandello, da Nicodemi ai grandi romanzi storici a sfondo sociale dell’800, spesso legati al pensiero socialista e anticlericale. Così erano rappresentate, solo per citarne alcune, le vite di Giordano Bruno, Arnaldo da Brescia e Galileo Galilei. Capitava che debuttassero in una nuova cittadina o paese mettendo in scena, dopo aver fatto inchiesta-ricerca tra la popolazione, i fatti salienti, tragici o comici, avvenuti in quel luogo, comprese le vicende legate al Santo o alla Santa Patrona.
Domenico Rame, oltre che primo attore, era, diremmo oggi, il manager della compagnia. Suo fratello Tomaso, di fede socialista, era il poeta, il ruolo che copriva nella compagnia era l’antagonista o il comico brillante. Spesso gli incassi delle serate erano devoluti in sostegno alle lotte operaie, alle fabbriche in occupazione, o per contribuire alla costruzione di asili o a altri scopi benefico-sociali.
Intorno al 1915 i fratelli Rame intuiscono che “Il teatro delle marionette” sarebbe presto entrato in crisi, schiacciato dal cinema, nuovo magico mezzo di spettacolo. Decidono un cambiamento radicale (con grande dolore del nonno Pio): “Reciteremo noi di persona, entreremo in scena noi”. La signora Emilia, mamma di Franca, insegna ai quattro figli a recitare i vari ruoli e a muoversi sulla scena. Viene ricordata come donna eccezionale, puntigliosissima e ottima organizzatrice: autentica “reggitora” della famiglia dei comici. In quell’ambiente Franca Rame ha fatto il suo apprendistato. Ha sempre sentito il palcoscenico come casa propria “perché – dice – ci sono nata: ho debuttato a otto giorni, interpretavo il figlio di Genoveffa di Bramante, in braccio a mia madre… non parlavo tanto quella sera lì!”. A un certo punto i Rame decidono di aver bisogno di una base, i bambini sono in età scolare e la signora Emilia vuole che abbiano un’educazione normale, che sappiano scrivere, leggere e far di conto.

Franca Rame arriva a Varese intorno ai 5 anni, frequenta il collegio Sant’Ambrogio e poi il liceo classico Cairoli. Nel volume “Una vita all’improvvisa” (Ed. Guanda) racconta:
La nostra base fissa era in via Frasconi, lì c’era un grande deposito dei nostri arredi di teatro: fondali arrotolati, bauli che raccoglievano costumi e materiale scenico. A Carnevale imprestavamo abiti e parrucche agli amici del quartiere. C’era un grande senso della solidarietà in tutto il rione, ci si faceva visita l’un l’altro, ci si incontrava a un matrimonio, ai battesimi, e soprattutto si partecipava alle esequie funebri quando veniva a mancare qualcuno. Appresso alla nostra c’era qualche casa di ringhiera: intendo di quei casamenti posti a quadro con il grande cortile al centro e la balconata che gira intorno alle pareti dello stabile; ogni piano si raggiungeva attraverso le scale interne e l’ingresso di ogni abitazione stava sul tragitto di ringhiera. Da quella balconata si affacciavano famiglie intere; nascevano i primi giochi con lazzi e scherzi fra ragazzi e ragazze e magari qualche primo timido dialogo d’amore.

La Famiglia Rame si spostava di paese in paese, città e cittadine con una corriera che veniva chiamata “Balorda” per gli improvvisi blocchi del motore e le egualmente miracolose riprese di funzionamento. In certi paesi nei quali ad una certa ora del giorno si passava, nei turnichè particolarmente ripidi, lei, la vecchia signora, non ce la faceva, ansimava proseguendo a strappi penosi. C’erano sempre dei ragazzi che attendevano sulle prime rampe, pronti ad intervenire. Spingevano la Balorda fra tante risate, in cambio dell’ingresso gratuito allo spettacolo della sera.
Nella stagione 1950-’51 Franca Rame, seguendo a Milano la sorella Pia, lascia la famiglia e viene scritturata dalla compagnia primaria di prosa Tino Scotti (Pia Rame, Sandra Mondaini, Annì Celli) per la commedia “Ghe pensi mi” di Marcello Marchesi al Teatro Olimpia di Milano.
A Milano conosce Dario Fo, con cui si sposa nel 1954.
Franca Rame porta in dote un grande patrimonio di tradizioni girovaghe e popolari capace di toccare ed entusiasmare il pubblico ben diverso e più ampio di quello tradizionale, patrimonio che influenzerà profondamente il teatro Fo Rame e sarà uno degli elementi base della formazione teatrale di Dario Fo.

Il Premio Nobel nel libro Nuovo Manuale Minimo dell’Attore, racconta: Come ogni sera, passavo dal camerino di Franca che, immancabilmente, mentre finiva di truccarsi, stava ripassando la sua parte. Le bastava sbirciarmi appena per indovinare di che umore io fossi. «Non ti preoccupare – mi diceva subito – come snoccioli dieci minuti di battute questa gnagnera del recitare che hai addosso ti si scioglierà all’istante.» «Lo so, lo so, ma non capisco come tu possa ogni sera riuscire a mantenere lo stesso umore, non solo, ma come puoi fare a meno di ripeterti i passaggi più ostici del testo da recitare con tanto distacco?»
«E’ semplice, potresti riuscirci a tua volta con facilità. Sarebbe bastato che da ragazzino i tuoi genitori commedianti, come i miei, ti avessero portato la sera nel retropalco insieme ai costumi e all’attrezzeria, ben sistemato in un baule con dentro stesa una coperta di lana e, mentre loro cominciavano a metter su scena, tu ti addormentavi come la figlia del re, tranquilla e senza problemi. Anzi, le voci dei tecnici e degli attori, aggiunte al brusio del pubblico che entrava in sala, diventavano il Dormi dormi che io ti canto più suadente che si possa pensare. Ma ecco che, a un certo punto, la mamma ti viene a svegliare: “Tocca a te, bambino. Ricordati, stiamo recitando I miserabili, e tu sei Cosetta ancora piccola. Ti ricordi la prima battuta?”. “Mamma, fammi dormire ancora un po’…” La mamma ti solleva fuori dal baule, ti ninna un attimo fra le sue braccia, ti bagna appena il viso con un fazzoletto intinto nell’acqua e ti porta fra le quinte. “Vai, tocca a te.” Io tutte le sere vivo la stessa situazione. Non è il mio lavoro questo, è la mia vita.»