Passionaria coi tacchi a spillo – Intervista a Jacopo Fo sul Corriere della Sera

Passionaria coi tacchi a spillo – Intervista a Jacopo Fo sul Corriere della Sera

Franca Rame e l’infanzia «alternativa» di Jacopo Fo «Per farmi addormentare mi raccontava di Ulisse ma anche dei disoccupati e della guerra in Vietnam»

«Mia madre aveva un’ energia davvero potente. Quando era in tournée mi lasciava con un vuoto incolmabile, ma quando c’era la sua presenza era totale. Cosa mi piaceva di più di lei? La sua capacità di stupire».
Jacopo Fo è un fiume in piena difficile da arginare mentre parla di Franca Rame e rievoca un’infanzia fuori dal comune. «Ho avuto un’educazione molto diversa dagli altri bambini, per molti anni mi sono sentito su un altro pianeta».

Una realtà davvero altra, a partire dalle favole raccontate prima di dormire. «Una notte io e mia madre eravamo distesi sul mio letto, aspettavo che mi raccontasse una storia per farmi addormentare, di solito mi narrava di Ulisse, dei Ciclopi, delle navi in tempesta, invece quella sera si mise a parlare dei pensionati che non arrivavano a fine mese dopo aver lavorato una vita. Io non ne sapevo niente e di fronte al mio stupore Franca si rese conto che mio padre e lei si erano dimenticati di darmi un’educazione politica, così mi disse tutto in una notte. Mi parlò dei disoccupati, delle guerre, delle lotte operaie e della polizia che picchiava. Un trauma. Più andava avanti più mi svegliavo e l’ansia cresceva. Da quel giorno iniziai a leggere cose anche inadatte a un ragazzino di 10 anni, in particolare un libro sul Vietnam con foto agghiaccianti di villaggi bombardati e bambini bruciati dal napalm. La situazione era ancor peggio di ciò che mi aveva raccontato mia madre, era terribile che il mondo fosse così e io volevo che smettessero di far male alla gente. Dunque appena avevo l’occasione parlavo con gli adulti di ciò che accadeva in Vietnam, e ogni volta mi stupivo di saperne più di loro».

In casa Fo-Rame, due erano le parole chiave: passione e pratica. «Al posto di farmi lezioni di morale, mia madre ha sempre dimostrato con i fatti ciò che voleva insegnarmi. Ad esempio per farmi capire la cruda realtà che alcuni vivevano in quegli anni, andavamo a portare da mangiare alle famiglie dei disoccupati. Non c’era bisogno di parlare, la vita vera era lì davanti agli occhi». Tra le regole inderogabili della famiglia, ce n’è una che per Jacopo è diventata la strada maestra: «a casa mia non si poteva dire “non riesco”, in ogni situazione la regola è sempre stata provarci comunque, fino in fondo. E vi assicuro che avere un padre e una madre che ti dicono “ce la puoi fare dunque fallo” è molto peggio che sentirsi dire “se non ce la fai ti spacco la testa”. La conseguenza è stata che qualche disastro l’ho combinato, ma ancora oggi ringrazio i miei genitori per avermi insegnato con i fatti a sfidare ciò che sembra impossibile».

Per chi crede che nelle famiglie illuminate tutto si risolva con la dialettica, Jacopo toglie ogni dubbio: «mia madre qualche bel ceffone me l’ha dato. L’ultimo l’ho preso a 18 anni per una questione politica, ma il fatto che a volte fosse dura con me non significava che fuori dalla famiglia non mi difendesse. Ricordo quando le raccontai che il preside del liceo mi aveva insultato perché avevo partecipato a uno sciopero. Franca non disse nulla, ma dal giorno dopo il preside incominciò a trattarmi con estrema cortesia, assurdo, non capivo cosa fosse successo. Anni dopo mia madre mi confessò che era andata da lui in gran tiro, tacco a spillo, pelliccia e gioielli, e di averlo minacciato: se mi avesse ancora rivolto una sola parola scortese avrebbe mandato un contingente di operai dell’Alfa Romeo a radere al suolo la sua scuola!».


Articolo di Livia Grossi pubblicato il 13 aprile 2021 su il Corriere della Sera